Manifesto del Veggie Pride

Il Manifesto del Veggie Pride fu scritto a settembre 2001 come testo fondatore del Veggie Pride.

Noi vogliamo:

Affermare il nostro orgoglio di rifiutare di far uccidere animali per il nostro consumo

Rifiutare di rubare a degli esseri senzienti l'unico bene che possiedono, la loro carne, la loro vita; rifiutare di partecipare ad un sistema concentrazionario che trasforma quella vita in un inferno permanente; rifiutare di fare tutto questo per il solo piacere del gusto, per abitudine, per tradizione: tale rifiuto dovrebbe essere il minimo che si possa fare.

Ma sappiamo quanto sia difficile, quando ottusa violenza e pregiudizio sono la norma sociale, dire di no.

Noi vogliamo affermare il nostro orgoglio di dire quel "no".

Denunciare la vegefobia

E invece si cerca di farci vergognare per questo rifiuto. Il vegetarismo viene negato, ignorato, schernito, emarginato, quando non diffamato.

Il vegetarismo pone in discussione la legittimità dell'imprigionamento e dell'uccisione di miliardi di animali. La sua mera esistenza rompe l'omertà. Ecco il motivo dello scherno e dell'odio vegefobici.

Certo, si tollera il vegetarismo inoffensivo, quello che si propone come semplice scelta personale motivata dalla ripugnanza per il sangue, da preoccupazioni per la salute, per l'ecologia o da un nobile ascetismo. Ma guai a noi se contestiamo apertamente la normalità del mattatoio.

Si comincia con il deridere. Preoccuparsi di galline e di mucche è, a quanto pare, ridicolo. Il ridicolo reprime le idee che disturbano, senza neanche dover ricorrere ad argomenti.

Ma se non ci pieghiamo, la derisione diventa astio. Eravamo dei clown, eccoci diventati mostri. Traditori della nostra specie alla quale vogliamo negare dei diritti. Genitori indegni, che privano i loro figli delle gioie e delle virtù dell'alimentazione carnivora. Simili ai nazisti solo perché pare che Hitler amasse i cani. Setta intollerante solo perché non pensiamo come gli altri.

Veniamo accusati di essere terroristi. O di idolatrare la natura. O di trasgredire le sue leggi. Ogni pretesto può servire per deformare le nostre parole. Per deriderci, per escluderci simbolicamente dalla società.

Noi rifiutiamo di vergognarci della nostra compassione. Non vogliamo più nasconderci. Non vogliamo più scusarci di non voler uccidere. Siamo qui, esistiamo, pensiamo e lo diciamo.

Affermare la nostra esistenza

In tutto il mondo siamo già milioni a dire di no al massacro. Molte civiltà sono state incerte sulla legittimità del carnivorismo. Eppure la questione viene sistematicamente ignorata. Il vegetarismo viene cancellato dai manuali e dalle biografie. È noto l'impegno di Capitini nel movimento nonviolento, ma nulla si dice sulla sua scelta vegetariana.

"L'uomo che mangia la carne o il cacciatore che si adegua alla crudeltà della natura conferma a ogni boccone di carne o di pesce che il diritto si fonda sulla forza." - Isaac Bashevis Singer, premio Nobel per la letteratura.

Affermare la nostra esistenza, manifestare pubblicamente che viviamo senza mangiare la carne, serve a dimostrare che ciò è possibile. Non mangiamo né mucche né maiali, né polli né pesci né gamberi. E viviamo, proprio come tutti, piaccia o no agli "specialisti" mediatici la cui "scienza" consiste nel negare la realtà. Né il vegetarismo, né il veganismo (che esclude tutti i prodotti dello sfruttamento animale, latte e uova compresi) provocano danni alla salute - anzi, i dati disponibili tendono piuttosto a dimostrare il contrario.

Uccidere per vivere non è una fatalità. Non è una necessità né individuale né collettiva dato che gli animali di allevamento consumano molto più cibo di quanto le loro carni morte non forniscano. Eppure, il denaro pubblico viene massicciamente speso per sostenere l'allevamento e la pesca.

Difendere i nostri diritti

Agli animali allevati e uccisi non si riconosce alcun diritto; ma a noi che siamo solidali con loro ne vengono riconosciuti, almeno teoricamente. Intendiamo esercitare pienamente i nostri diritti, perché sono i nostri, e perché sono i loro: sono gli unici diritti che essi oggi, indirettamente, posseggano.

Abbiamo il diritto di poter mangiare in modo corretto nelle mense, al lavoro come in prigione, a scuola come all'ospedale, e in ogni altra collettività. Abbiamo il diritto di crescere i nostri figli senza imporre loro i prodotti del mattatoio.

Chiediamo che le nostre tasse non vengano più utilizzate per pagare la carne o il pesce degli altri.

Vogliamo rompere il silenzio che occulta le nostre azioni e le nostre idee. Vogliamo che non esista più, come unico discorso pubblico sull'argomento, quello dei produttori di carne e degli intellettuali carnivori.

Chiediamo che venga accettato il dibattito.

Siamo lo specchio della vostra cattiva coscienza e questo specchio non si nasconderà più

Di fronte alle immagini dei mucchi di cadaveri di animali "distrutti" a causa della BSE o dell'afta epizootica, eravamo gli unici a non provare vergogna. Per noi. Ci vergognavamo per gli altri.

Sopratutto, provavamo dolore. Se teniamo ad affermare il nostro orgoglio di rifiutare la barbarie certo non ne traiamo soddisfazione. Gli animali vengono massacrati a miliardi. Li si considera muti, le loro grida non contano. Noi parleremo per loro finché il massacro non cesserà.

Siamo animali solidali con tutti gli animali!